Da grande voglio fare l’ Andrea C.

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Questa sera non ce l’ho fatta. Appena l’ho visto non ho resistito. Dovevo ascoltare. Dovevo chiedere. Non ho pianto perché non si piange in compagnia. Mentre parlava le sue parole avevano sempre  quel tono pacato che conosco bene, ovattate anche senza neve, come se non volessero rompere il silenzio della montagna. Quel silenzio che per giorni ha lasciato il posto al dolore. Tra le sue parole cadeva il dolore e restava il pensiero e il racconto di come fare, cosa fare, con chi fare. E ancora una volta rimango triste. Mi chiedo come si possa non sapere quando invece già si sa, come si  possa fermare lo spirito. Il potere si impegna a rallentare ogni piccolo meccanismo. E non abbiamo memoria. E non abbiamo pudore a dimenticare chi siamo stati. Guardiamo i nostri vicini per migliorare invece di rubar loro solo il peggio, come se ormai non ci credessimo più. Le divise, i colori, i simboli, i giochi si mescolano. Odio tutto questo e mi dispiace sapere che io non farò la differenza.

Nel più bello dei sogni le divise colorano il bianco della neve.

Nel più bello dei sogni si ricostruiscono i muri perché loro alle 3.32 non ridevano.

Nel più bello dei sogni gli elicotteri non cadono mai.

Nel più bello dei sogni vorrei tornare bambina per poter dire: “Da grande voglio fare l’Andrea C.”

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One comment

  1. No dai ti prego, tu lo sai come sono, mica una roba da invidiare.

    Ho sempre paura prima di partire.
    Per me, per le mie donne, per la gente che partirà con me, per la gente che vorrei aiutare.

    E poi il mondo che si trova laggiù lo conosci bene, poco sentimento, tanta adrenalina.
    Smussiamo gli angoli del delirio per trasformarlo in cantieri, costruiamo routine e inseguiamo l’ordine attraverso il caos, perché alla fine è il nostro lavoro.

    Le persone veramente speciali sono quelle che non sono attrezzate per tutto questo, quelli che si trovano il disastro in cortile, e comunque vanno avanti.

    Questa volta ho conosciuto Domenico. Lavorava lì. Non era di turno. Sopravvissuto.

    Appena ha potuto è salito all’albergo e si è messo a disposizione. È diventato “il testimone”.
    Ha raccontato tutti i particolari che ricordava, è stato spremuto per i particolari che non sapeva di ricordare. Perché per noi ogni minuzia è importante. Il colore delle piastrelle, il disegno delle tende, i mobili. Se trovi quelli sai dove sei, e quindi sai chi potrebbe esserci, e allora scavi.

    E poi quando si trovava qualcuno lo mandavamo a chiamare. Arrivava, con la paura negli occhi, ma senza sottrarsi mai. Gli chiedevo se se la sentiva e poi guardavamo.

    A volte scuoteva la testa e diceva: “Ospite”.
    Altre volte annuiva e diceva un nome.
    E ti raccontava qualcosa della persona che aveva conosciuto. “È la responsabile della SPA. Giovane ma bravissima. Gentile con tutti” – “Abbiamo festeggiato tutti insieme il suo compleanno il mese scorso…” – “Lui stava scaricando il pellet, era fuori dall’albergo, un gran lavoratore”

    C’era per tutti, sempre. Non so dove dormisse, a giudicare dalla faccia non troppo comunque.

    Nessuno lo ha invitato a Sanremo, ma ha più diritto lui ad essere chiamato eroe di tanti che lo sono stati.

    Ecco. Abbiamo lavorato tanto, abbiamo lavorato bene. Nessun salvato.

    La prossima volta saremo più veloci, lavoreremo di più, lavoreremo meglio, arriveremo fino in fondo facendo quello che sarà necessario. Come al solito.

    Speriamo mai.

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