Moulin Rouge

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The greatest thing you’ll ever learn is just to love and be loved in return. 

Cosa ti sei perso fino ad oggi?

Un concerto di De Andrè

Uno di Ludovico

I colori del Giappone

I profumi del Marocco

Un concerto degli Afterhours 

Tre concerti di Tommaso

Un viaggio a Liverpool

Millemila km su un California 

Amici nuovi

Amici vecchi

I miei capelli che adesso puoi accarezzare senza che mi arrabbi

Un esame del Trinity College

Una silhouette da fare invidia

Jacu che fa i primi passi 

L’amore di una famiglia 

Cinquant’anni di matrimonio. 

L’acqua dell’isola d’Elba.

L’amore di Tommaso

Cosa ho perso io?

L’illusione.

The greatest thing you’ll ever learn is just to love and be loved in return. 

Però in fondo non mi andata così male…sono già a metà frase 🙂

Ho amato.

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Tanti auguri a me

42D69031-EE6F-4267-8347-5626EA77DDC5Che bella giornata il mio compleanno!

Il mio migliore amico si prende un giorno di ferie per esaudire ogni mio desiderio

Il mio migliore amico compra quattro bottiglie di prosecco neanche fossimo in otto.

La mia migliore amica canta in un messaggio vocale di prima mattina.

I ragazzi dell’automedica fanno colazione con me fino a tardi e dicono “sei una ragazzina!”

Il piccolo Vinicio Dantes si dimentica…ma so che mi ama più di chiunque altro e chiacchiera con me.

Mio padre si sbarazza di amici sui social.

Mia madre appende poesie d’amore sui rami di un albero.

Jacu mi guarda attraverso uno schermo e sorride come solo lui sa fare.

Massimo Meridio dall’Islanda coi suoi auguri belli e rincoglioniti perché è sempre giorno.

ma…

ma…

il regalo che volevo non è arrivato!

sono io che non l’ho voluto alla fine.

L’unico regalo desiderato: spedire un messaggio che racconta la verità al vicinato.

(mi sento la versione migliore di me stessa a non averlo inviato)

il regalo che non volevo è arrivato!

L’unico regalo indesiderato:delle chiavi nella cassetta delle lettere allo scadere di un ultimatum con gli auguri più falsi

48 bellissimi anni…soprattutto gli ultimi 8

Basta parole

solo lacrime

in macchina

mentre guido

da sola

e mi fermo perché non vedo più niente

Il mio cuore è troppo grande…dev’essere per questo che fa tanto rumore quando si rompe.

Tanti auguri a me.

 

AHOO, CHE…HAI FATTOOO?

 

 

Ialla ialla!

Sicuramente non si scrive così..ma il suono era proprio quello

il suono di Abdul diceva che era ora di andare.

Decido di partire di nuovo, questa volta da sola..tanto sola non sono mai.

Siete sempre con me.

Qualche volta ti trovo disegnato su un muro, qualche volta ti trovo nel silenzio del deserto dove sono l’unica che non vedrà una stella cadente, qualche volta nel baccano di una piazza.

Baccano non lo dicevo dall’82.

Sì non sono mai sola, siete il mio pensiero quando apro gli occhi e l’ultimo quando li chiudo. Sarete sempre il mio pensiero anche quando li chiuderò per non aprirli più.

D’altronde l’hai detto anche tu…”Stefi non si può smettere di amare da un momento ad un altro”. La verità è che non si può smettere di amare. Punto.

E poi arrivano le sorprese: solo la notte del deserto valeva il biglietto…bugia…solo avervi conosciuto valeva il biglietto

perché addormentarmi con il tuo bofonchiare terrone era un dolce dormire

perché quel cazzo di zaino te l’avrei lanciato fuori dal finestrino

perché donna Lucia o la ami o la odi e io l’amavo ancora prima di partire

perché non tutti si possono permettere d’iniziare ogni frase con AHOO

perché cambiare i vostri nomi ci faceva ridere ogni volta

perché Irene ride come me

perché Monica si commuove con la voce di un bambino

perché Sara si arrabbia se la chiami Chiara

perché Flora è bellissima e Fauno lo sa bene

perché passeremo dal caldo del deserto al freddo dell’aurora

perché risentire la tua voce mi rallegra il cuore

perché immaginarti nel tuo castello senza regina mi fa sorridere

Lucia, Massimo, Irene, Sara, Monica, Flora e Fauno

 

“Guarda tommaso …questa è la sabbia del deserto”

Il tuo piccolo dito immerso nel borotalco rosso e i tuoi occhi si gonfiano di lacrime.

“Perché piangi mi vida?”

“Sono felice. Sono felice che tu abbia fatto un viaggio così bello.”

 

Questo è amare: essere felici della felicità altrui.

Sono felice di saperti innamorato. Lo sono anch’io.

Della mi vida grande. Di quella piccola. Della mia vita e basta.

Perché più bella di così non poteva essere.

 

Continueremo a partire e a tornare, io e i miei stupidi dreads.

 

Il culo in una mano o una mano nel culo?

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Eccomi qui.

Scusate l’assenza…eccomi di ritorno…dovevo andarmene a fanculo e ho deciso di farlo in Giappone.

Insomma se proprio dovevo farlo, meglio farlo in un bel posto.

E poi era il nostro viaggio (come mille altri dici tu) tanto valeva farlo da sola.

Mi hai chiesto di raccontartelo? Beh non c’è molto da dire se non che noi siamo il terzo mondo. Adesso capisco perché quando vengono da noi fotografano tutto…anche le cicche per terra…perché loro cicche per terra non ne hanno.

Continuate a rubare, continuate a mancare di rispetto al prossimo, continuate a tenere attive le suonerie dei vostri telefoni, continuate a non rispettare le code, continuate a imbrogliare il prossimo, continuate a rubare l’amore, continuate a non dire la verità.

Si è aggiunto un nuovo lettore occasionale. Avrei tanta voglia di scrivere un messaggio con tutto quello che non deve sapere…ma “lei questo messaggio non dovrà leggerlo mai”. Lei ha scelto di dormire a 100 metri da me e per sua fortuna non hai mai beccato la sua macchina sotto casa mia. Pensaci ogni volta che esci di casa!

Nel frattempo starti lontano mi ha fatto bene…e ho già voglia di ripartire.

Starti lontano mi ha fatto venire il “culo in un mano”…meglio certo di una “mano nel culo”.

Dopo tutto è sempre una questione di scelte.

E chissà..magari dopo questo post verrai a liberarmi il garage e il cuore…in fondo credo ti faccia schifo approfittare ancora di me.

Poi mi ricordo di aver sfiorato il cielo di Aleppo tornando a casa e tutto fa ancora più schifo.

La vita è nata gemella

L’altra mattina un dottore giallo e blu mi dice:

-Non scrivi più?

-…ehm…sì…in realtà da tempo ormai scrivo solo cose tristi…scusami…ma sono onorata di sapere che mi leggi.

In realtà è da un po’ che vorrei scrivere quello che leggerete qui sotto.

(Ah.. per inciso…questo dottore ha un animo gentile e tutti lo conosciamo per il suo nome scritto sopra un divano di un ospedale di periferia)

Ho meno tempo da vivere rispetto a quanto ho vissuto finora.

Quando metto in una ciotolina i coccodrilli gommosi per Tommaso i primi li mangia felice e in fretta, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli profondamente.

Ecco quello che mi manca è il tempo.
Non ho tempo per sopportare persone assurde.
Non ho tempo per le stronzate.
Non ho tempo per le bugie.
Non ho tempo per l’egoismo.
Non ho tempo per l’ignoranza.
Non ho tempo per gli opportunisti.

La mia anima ha fretta e  con così pochi coccodrilli gommosi voglio vivere con le persone buone d’animo accanto.

Qualcuno che sappia amare
Qualcuno che sappia comprendere i propri errori e si burli di loro non ripetendoli più
Qualcuno che sia sincero ed onesto anche quando fa male, ma lo faccia con garbo
Qualcuno che dia dignità all’essere uomo
Qualcuno che sappia arrivare al cuore delle altre persone
Qualcuno che ferito dalla vita riesca a crescere lasciandosi accarezzare l’anima.

Non voglio sprecare neanche un solo coccodrillo.

Saranno più squisiti di quelli mangiati finora.

Perché l’unica cosa che voglio è andarmene soddisfatta. In pace con i miei cari e con me stessa.

Un giorno anche la neve arriverà in Messico.

 

 

Si chiamava Trago.

Un nome strano per uno come lui. Fu per colpa di un errore all’anagrafe. Da sempre però i suoi genitori  gli dissero che il suo vero nome era Drago, perché draghi erano i suoi antenati. Pensarono  che quella piccola bugia lo avrebbe reso più forte da grande.

La verità è che in fondo a lui non importava.

Il padre era un povero messicano che lavorava nei campi di caffè e la madre una donna semplice, ma con uno spirito forte che non si faceva avvicinare da nessuno.

Lui crebbe così: pieno di amore, abbracciato di continuo da mamma e papà, fiero di un nome che portava con orgoglio.

Lei invece si chiamava Neige, era piccola, fragile e profumata sin da piccina. In verità non era mai cresciuta tanto e aveva sempre vissuto con la mamma nella città più bella del mondo: Parigi. Vivevano da sempre in un bellissimo palazzo d’epoca. Dalla finestra ogni giorno guardava la Senna e i suoi parigini che la accarezzavano dolcemente sui fianchi. Pensava che un giorno anche lei avrebbe camminato a testa alta, ammirata da tutti, lungo quello splendido fiume.

Le cose però non andarono come i nostri amici se le erano immaginate.

Un giorno caldo di un inverno caldo, Trago si trovò seduto su un fantastico aereo con accanto i suoi genitori diretto in Europa.

Non avrebbe mai pensato di poter lasciare il suo paese per arrivare in una città tanto fredda quanto bellissima e atterrarono in una mattina di pioggia in una Parigi vestita solo di grigio.

Quella mattina Neige si svegliò tardi e guardò fuori dalla finestra come faceva tutti i giorni e vide un piccolo camioncino giallo fermarsi proprio sotto casa sua.

Poco dopo suonarono alla porta. Sentì solo una voce dal corridoio dire…Oui Madame…oui ,merci…Au revoir.

Un minuto dopo Trago entrò in questa stanza luminosa e per incanto riuscì a sentire di nuovo il caldo di casa sua. Senza neanche rendersene conto si trovò accanto Neige che lo guardò con aria altezzosa e si rigirò verso la Senna. Trago pensò che fosse bellissima e che non aveva mai sentito un profumo così dolce e delicato come il suo.

Rimase in silenzio con la paura di sbagliare, evitò anche il più piccolo movimento. Ricordava in quel momento le parole della mamma che teneva sempre lontani tutti. Neige, incuriosita dal nuovo ospite si girò verso di lui…aprendosi un pochino…e il suo profumo arrivò ancora più forte.

-Trago, mi chiamo Trago.

-Neige. Da dove vieni? Sei mai stato a Parigi?

Trago si sentìva tranquillo. Cominciò a raccontare del suo viaggio, dei campi di caffè vicino casa e dei giorni di sole con quelle enormi nuvole bianche che solo il Messico regala. La piccola Neige rimase in silenzio affascinata dai racconti di posti che non aveva mai neanche immaginato potessero esistere.

Passarono i giorni e i mesi e il panorama dalla finestra cambiava.I parigini accarezzavano ancora  il fiume con dolcezza, sotto un tappeto di petali rosa e bianchi che ormai lasciava spazio alla primavera. -Oh Parigi in primavera…quasi bella come in autunno… disse Neige.

Quel giorno la finestra si aprì con un piccolo colpo di vento e da una casa vicina una bellissima melodia raggiunse i nostri amici.

https://www.youtube.com/watch?v=mWNhn7xB2w8

-Balla con me! disse Trago.

Neige con un po’ di timore  -Potrei pungerti… le mie spine fanno paura.

Trago, fiero come da piccolo, le raccontò che le sue spine erano ancor più pericolose delle sue, perché piccole e folte e nulla lo aveva mai spaventato.

Iniziarono a danzare un po’ goffi, ma ogni gesto era tenero e allo stesso tempo doloroso per entrambi. -Ahi!…Ahi!…continuarono così per ore finchè qualcuno non richiuse la finestra e la musica finì. -Hai sofferto tanto Neige? -Un pochino. Ma lo rifarei ancora, nessuno mi aveva mai fatto danzare così. E tu hai sentito tanto le mie spine?

-No tranquilla, terrei le tue spine e il tuo profumo vicini a me per sempre.

-Domani danzeremo ancora.

 

 

SOGNO DRITTO

Ho fatto un sogno.
Un sogno dritto, dove ogni cosa era dove doveva essere.
Quel giorno c’era un sole freddo da sembrare una luna. D’improvviso un suono…inconfondibile perché solo suo. “Che si mangia per pranzo?”

Era talmente felice che non riusciva a smettere di sorridere nonostante la febbre. Di solito si nascondeva dietro la porta di casa per spaventare, come fanno tutti i bambini …quel giorno invece, sempre nonostante la febbre, al suono del citofono corse giù dalle scale. Credo gli abbia messo le mani al collo.Teneramente. Salirono in casa abbracciati. Dopotutto le braccia erano dove dovevano essere.

Come ogni sogno dritto, ogni cosa era al suo posto. Le chitarre grandi erano suonate dalle mani grandi e le piccole dalle piccole. I posti a tavola non avevano bisogno di essere assegnati. Le chiacchiere davanti al ragù erano interessanti come prevedibile.

Il sogno stava quasi finendo e prevaleva la febbre col suo sonno e l’amore coi suoi gesti.

E come ogni singolo giorno mi sono ritrovata innamorata di quel sorriso,

attaccato a quella voce,

sotto quegli occhi,

circondati da quei capelli

accarezzati dalle mie mani.

Poi il sogno è finito e mi sono addormentata e ho dormito tre giorni.